Incastri perfetti

Semplicità estrema. L’essenza ricondotta all’assenza. L’assenza di qualsiasi orpello, decorazione o elemento ridondante. Persino il colore: che non è aggiunto e non aggiunge alcuna, inutile, informazione. Nessun rumore di fondo, elemento di disturbo che interferisca nella perfetta relazione a tre: ciotola, piatto e bacchette. Tre elementi differenti (per forma e materiale) che, in un perfetto gioco di incastri, diventano uno, assolvendo, con particolare grazia e misura, alla duplice funzione di conservare e contenere.

Tre elementi ma un solo prodotto. Che non lascia spazio alcuno allo spreco di idee o al tentativo di controllo su di esse. Che non fa della creatività un atto di controllo. Il controllo è rifiuto. La creazione, no. E’ accoglienza.

E’ un progetto di Alexander Hulme.

La tisana è mobile

Dello stesso produttore, Thelermont Hupton, vi avevo mostrato, qualche giorno fa , le Link Mugs. Alla base del progetto ho trovato un concept forte anche se di fatto ne sul piano formale ne su quello funzionale le stesse tazze si presentano particolarmente originali ed innovative. Continuando  a curiosare nel catalogo dell’azienda londinese mi sono imbattuto in queste altre tazze, a prima vista ben più interessanti. Quantomeno sul piano della ricerca formale. Si chiamano Lap Mugs. L’immagine che ho allegato è abbastanza evidente e rende subito chiaro il perché di quella forma così apparentemente “instabile”. Le Lap Mugs, realizzate in terracotta, nascono per una modalità diversa di consumare il proprio pasto o condividere una tisana calda durante una fredda serata in casa con gli amici. Una modalità mobile, in movimento, non più ferma, seduta attorno ad un tavoloNon che il tavolo sia sparito dalle case, ma, obiettivamente, quanti ancora riescono a cenare o addirittura sorseggiare un thè comodamente sedendocisi attorno? Senza più questo importante riferimento, il tavolo, che definisce lo spazio e la fruizione dello stesso, ognuno mangia e beve dove può, dove trova posto. Sul sofà, seduto in poltrona, appoggiato sul bracciolo del divano. Insomma le opportunità (quindi le variabili progettuali) sono tante. E’ forse questo il motivo per il quale le Lap Mugs anzichè essere progettate per un uso “ordinario”, ossia seduti attorno ad un tavolo, sono state pensate in relazione al corpo, che diventa nuovo “spazio abitabile” ed “usabile”. Luogo centrale delle attività. Il fondo a cuneo si inserisce tra le gambe e garantisce? un “diversamente stabile” appoggio alla tazza.

Provate a pensare a quanti e a quali oggetti, che avevano una collocazione spaziale precisa all’interno degli ambienti, negli ultimi anni sono diventati portatili, integrati in una invisibile bolla spaziale che circonda il corpo. Appendici da indossare. Uno su tutti, il telefono. Che poi non è più un telefono, ma ha integrato in se le funzioni di un macchina da scrivere, una telecamera, una agenda, uno stereo, una tv…etc…etc…Tornando alle Lap Mugs e fatto salvo l’approccio sperimentale, avanguardistico del progetto, mi chiedo: quanto liquido riescono a contenere, rispetto ad un normale mug col fondo piano? Quanto spazio occupano una volta riposte in un pensile? E nella lavastoviglie? Ma soprattutto, sarà facile ruotarci il cucchiaino dentro per sciogliere lo zucchero depositato sul fondo? In conclusione, affascinante l’obiettivo, un pò meno il risultato.

Q.B.: quanto basta

Un cuore. A forma di piatto. O un piatto, a forma di cuore. Vedetela come volete, non è importante l’ordine. Il risultato è lo stesso. Metteteci il cuore, quest’anno. Mentre fate la spesa. Mentre cucinate. Mentre mangiate. Mentre sognate un mondo migliore.

Fate tutto con Amore. Basta questo. Buon 2012. Continua a leggere “Q.B.: quanto basta”

Due ma non due

Lo ammetto. I prodotti di Fred&Friends non mi piacciono molto. Appartengono a quella tipologia di oggetti ludici, ironici, che catturano l’attenzione per le improbabili forme e per i colori sgargianti con i quali vengono rivestiti piuttosto che per l’ equilibrio estetico/funzionale necessario a rispondere ad un determinato bisogno o attività. InSET, però mi piace. Trovo decisamente brillante l’intuizione con la quale la designer Judith Hoefel ha risolto in maniera innovativa il progetto di un paio di posate da insalata. Già, perchè lo ha fatto aggiungendo pur – paradossalmente – togliendo. Con InSET, si aggiunge valore all’atto produttivo, non più legato a produzioni ridondanti e al consumo smodato di risorse, ma processo consapevole e responsabile. Dalla quantità di acciaio inossidabile necessaria al solo cucchiaio, la Hoefel ne ha ricavato anche la forchetta. Minimale. Bello e sostenibile.

Ansia da comunicazione

LikeDislike, cosi si chiamano questi tovaglioli, in vendita su Veinticuatrodientes. La confezione, che ne contiene due, costa 13 euro. Neanche poco. Considerato che si tratta di semplicissimi tovaglioli stampati con il pollice su e il pollice verso di Facebook, da indossare in un verso o nell’altro a seconda che si esprima piacere o dissenso. Per cosa? per quello che stiamo mangiando, per chi ci sta di fronte o per noi stessi? Sia chiaro, non stiamo parlando di Design, piuttosto di decorazione. Continua a leggere “Ansia da comunicazione”

Questione di measure

Potrebbe ricordare l’obiettivo di una macchina fotografica. E come in una reflex, in effetti – azionando la levetta laterale – si apre e si chiude. Ma anzichè far passare la luce, fare click e trasformare quella luce in immagine, Spaghetti Measure, di JosephJoseph, molto banalmente “misura” il quantitativo di spaghetti che finirà prima in pentola e poi nel piatto. Realizzato in polipropilene (riciclabile), è disponibile in varie colorazioni e può essere inserito in lavastoviglie. Che dire, l’oggetto è ben disegnato, pratico da usare ed economico (costa 10 euro), ma, mi chiedo, servirà? Continua a leggere “Questione di measure”

Il Parmesan e l’effimero design

E’ vero che per molti di noi cucinare è un attività artistica, come dipingere, disegnare o scrivere. Sempre piu’ chef progettano i propri piatti come fossero artisti d’avanguardia. E in fondo lo sono. C’è poi chi, anzichè trattare il cibo come se fosse colore, materia da plasmare o storia da raccontare, lo plasma ad immagine e somiglianza di uno strumento dell’artista, la matita. Continua a leggere “Il Parmesan e l’effimero design”