Questione di densità

Gli olandesi DROOG hanno un approccio molto particolare con il progetto. “A different perspective in design” il loro motto. Non si limitano a dare forma a una funzione o, viceversa, a dare una funzione a una forma, ma lavorano con la materia e con la relazione che si va ad instaurare con essa. In questo caso, con Salad Sunrise XL, la materia non è quella di cui è costituito il prodotto disegnato, ma quella con cui lo stesso prodotto entra in relazione e per la quale relazione è stato ideato. Sapevate che l’olio e l’aceto hanno una diversa densità? E sapevate che, a causa di questa differenza, l’olio galleggia sull’aceto? Partendo da questa considerazione Arnout Visser ha pensato bene di progettare un’ampolla che contenga entrambi, olio e aceto e che, grazie al semplice accorgimento formale di due beccucci, risulti praticissima nell’uso.

L’oggetto, esteticamente, non mi entusiasma. Bellissima, invece, l’intuizione di un progetto che nasce, semplicemente, osservando e assecondando la natura e i suoi fenomeni. Costa 34,50 euro.

Annunci

Free sparrow!

Quando le ho viste, la prima impressione è stata positiva. Bella l’idea di immaginare leggeri e colorati passerotti poggiati su delle comunissime mollette; altrettanto bella la soluzione tecnica escogitata per rendere gli stessi passerotti una cosa sola con la molletta. Ho cercato chi li vendesse e una volta trovato (Crate&Barrel), la delusione: i deliziosi passerotti/molletta vengono commercializzati in una sacchetta a retina che sa molto di gabbia. Li avrei comprati (la mia dispensa abbonda di confezioni di alimenti richiuse malamente e con mezzi improbabili), se non fosse stato per il messaggio che arriva da un packaging non pensato. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che in fondo, una volta acquistati, non puoi far altro che aprire “figurativamente” la gabbia (rappresentata dalla retina) e dare, cosi, la libertà ai piccoli pennuti….Non mi convince; per me, fino a che il passerotto non diventa molletta, l’immagine che torna è quella della cattività.

PS: qualche associazione di animalisti deve aver protestato; dopo ulteriori ricerche sulla Rete ho trovato lo stesso prodotto impacchettato in modalità decisamente più ‘freendly’.  Da quanto ho capito,  non li produce una sola azienda. L’idea originale è di Pititas Waiwiriya.

Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai…

Si chiama BananaBunker. A me sembra un condom. Ad ogni modo, del condom presenta una vaga somiglianza formale e una più marcata analogia funzionale, in quanto come un condom, BananaBunker,  “protegge”. Per nostra (di noi uomini) fortuna il condom non protegge dallo schiacciamento, obiettivo che, invece, si pone l’astuccio disegnato da Paul Stremple. Con questo geniale contenitore, la vostra banana sarà al riparo da urti nello zaino, ammaccature nella cartella e schiacciamenti vari nel marsupio. Non ammaccandosi, la vostra banana non si ammoscerà, ma resterà sempre dura…La si potrebbe regalare per il lancio di un nuovo prodotto per la disfunzione erettile.

Non mi stupirò mai di dove la creatività e la progettualità siano capaci di arrivare. Tutto sommato, contro le ammaccature del frutto, è utile. Pensate, è in vendita, nientepopòdimenoche, nello store del MoMA. 14 $, il costo. Spero, almeno, sia realizzata in bio-plastica.

Si consiglia la visione dell’estratto video con l’Albertone nazionale e la Vitti. Eccolo.

Fame d’architettura

Disegnate da Stig Ahlström, Pick Up sono pinze/bacchette per cucinare, mangiare e servire in tavola. Disponibili in legno e/o plastica, sono lavabili in lavastoviglie e costano 29 $. Un bellissimo e pratico ‘compasso’ che sembra ricordarci quanto architettura e cucina siano discipline tra loro molto vicine. Su differenti scale, il fine è comune: creare geometrie, forme, involucri abitabili. Ma si può dire che il cibo sia una forma, un involucro abitabile? Una forma si, senza dubbio. E altrettanto, un involucro, un contenitore abitabile ed abitato: da affetti e ricordi, da emozioni e sensazioni, da speranze e desideri, da cultura e tradizioni. Dalla vita e dalla morte, di chi – di cibo – ne ha in abbondanza e di chi – di quel cibo – non arriva neanche a conoscerne il sapore.

Marinai, pirati, balene e pinze per l’insalata

Impiattozero su Gorgelous; che ringrazio, per lo spazio dedicatomi.

La cucina del futuro

Che ne pensate? A me ha sempre affascinato l’idea di uno spazio minimal, talmente minimal da non prevedere arredi e complemento alcuno. Uno spazio reso abitabile da appendici che contengono, sostengono, nascondono, proteggono, conservano: me ne rendo conto, sembra un paradosso, detto da chi è solito fantasticare davanti ad una Plastic Side Chair degli Eames, ad una lampada Toio dei Castiglioni o ad una libreria Bookworm di Ron Arad.

Gli oggetti mi affascinano, hanno il potere di raccontare storie. Le storie di chi, quegli oggetti, li ha progettati e le storie di chi, quegli stessi oggetti. li ha scelti per  “vestire” la propria dimora: e attraverso i quali esprimere a sua volta la propria personalità. Un immaginario scambio di sensazioni, emozioni, percezioni e valori, che si trasferiscono, dal designer al consumatore, conservando tutto il loro potere e la loro forza. Come fosse karma. Quando sparisce l’oggetto, come nel caso di Dtile, non resta che il vuoto. Ed il movimento dei corpi che in quel vuoto, catarticamente, danno un senso all’azione, contribuendo ad alimentare il mistero e a dare suono al silenzio.

Vèstiti di cibo.Vestìti di cibo

Non è la prima volta che mi imbatto in progetti il cui limite tra moda, design e food è assai poco definito. Abiti, accessori e complementi realizzati con il cibo. Il più delle volte si è trattato di provocazioni (come provocatoria è spesso la vocazione di molte sfilate), volte a stupire e, nei migliori dei casi, a stimolare riflessioni sulla relazione che intercorre tra il nostro corpo, lo spazio da esso abitato e abitabile, e gli elementi, che quello spazio definiscono: tessuti ed alimenti (nel nostro caso) che, in una prospettiva capovolta, trasferiscono il concetto del rifugio – dello spazio che protegge ed esprime il proprio se  – dallo spazio indossato alla materia alimentare che assurge, quindi, a simbolo unico e totalizzante della stessa esistenza.

SEME, di Chiara Terzoli e Diego Longoni, non vuole stupire e, credo, neanche stimolare disquisizioni socio-filosofico-culturali. E’ un progetto di design. Innovativo. Creativo e concreto. Propone una linea sostenibile di t-shirt, decorate – con la tecnica dello stencil –  con tinte naturali ricavate da piante, fiori di stagione, caffè, cipolla, melograno, aceto balsamico, tabacco, nero di seppia, ribes, more, fragole, barbabietola, zafferano, curry e pomodoro. Data la particolarità dei colori si consiglia il lavaggio a max 30°. Bello.

Le t-shirt si possono acquistare qui