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Una tirata d’orecchio? Con quanto zucchero?

Almeno il nome poteva esser scelto con maggior cura. Quanto fa ‘macabro‘ sorseggiare un the pensando e immaginando di stringere tra le mani l’orecchio del grande Vincent Van Gogh? Chissà perchè, poi, proprio lui. Forse perchè è un artista, e che artista. Magari un orecchio anonimo, non avrebbe  lo stesso appeal. La stessa consistenza. Anche il sapore del the’ non sarebbe lo stesso. E mi chiedo inoltre: perchè proprio un orecchio? Anche un naso funzionerebbe. Un braccio, una gamba. Senza scendere nel dettaglio, qualsiasi appendice funzionerebbe. Ma solo se d’artista. Dear Van Gogh, questo il nome del mug ideato da Mike Mak Designla tazza è in ceramica. L’orecchio, in silicone: da tirare, strizzare, torcere, colpire, baciare, leccare. E, quando la tazza si rompe, da tagliare. Senza esitazione. E senza dolore.

Le bugie hanno le gambe corte

Questo è il tagliere dei vegetariani. E’ anche il tagliere di chi si è appena messo a dieta. Il tagliere di chi rifiuta un invito a cena perchè “non sto a posto con la pancia, stasera un riso in bianco e a nanna“. Si chiama Pinocchio. E’ un progetto di Paolo Iannetti, designer particolarmente attratto dagli oggetti della cucina. Alcuni suoi progetti li trovate qui. Le bugie hanno le gambe corte; la fantasia al contrario le ha molto lunghe. Consente di volare alto, leggeri. Come bambini, ancora capaci di stupirsi e trovare la bellezza in ogni cosa. Anche in un semplice pezzo di legno.

Questione di densità

Gli olandesi DROOG hanno un approccio molto particolare con il progetto. “A different perspective in design” il loro motto. Non si limitano a dare forma a una funzione o, viceversa, a dare una funzione a una forma, ma lavorano con la materia e con la relazione che si va ad instaurare con essa. In questo caso, con Salad Sunrise XL, la materia non è quella di cui è costituito il prodotto disegnato, ma quella con cui lo stesso prodotto entra in relazione e per la quale relazione è stato ideato. Sapevate che l’olio e l’aceto hanno una diversa densità? E sapevate che, a causa di questa differenza, l’olio galleggia sull’aceto? Partendo da questa considerazione Arnout Visser ha pensato bene di progettare un’ampolla che contenga entrambi, olio e aceto e che, grazie al semplice accorgimento formale di due beccucci, risulti praticissima nell’uso.

L’oggetto, esteticamente, non mi entusiasma. Bellissima, invece, l’intuizione di un progetto che nasce, semplicemente, osservando e assecondando la natura e i suoi fenomeni. Costa 34,50 euro.

Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai…

Si chiama BananaBunker. A me sembra un condom. Ad ogni modo, del condom presenta una vaga somiglianza formale e una più marcata analogia funzionale, in quanto come un condom, BananaBunker,  “protegge”. Per nostra (di noi uomini) fortuna il condom non protegge dallo schiacciamento, obiettivo che, invece, si pone l’astuccio disegnato da Paul Stremple. Con questo geniale contenitore, la vostra banana sarà al riparo da urti nello zaino, ammaccature nella cartella e schiacciamenti vari nel marsupio. Non ammaccandosi, la vostra banana non si ammoscerà, ma resterà sempre dura…La si potrebbe regalare per il lancio di un nuovo prodotto per la disfunzione erettile.

Non mi stupirò mai di dove la creatività e la progettualità siano capaci di arrivare. Tutto sommato, contro le ammaccature del frutto, è utile. Pensate, è in vendita, nientepopòdimenoche, nello store del MoMA. 14 $, il costo. Spero, almeno, sia realizzata in bio-plastica.

Si consiglia la visione dell’estratto video con l’Albertone nazionale e la Vitti. Eccolo.

PET STOP!

Proprio non ce la fate a rinunciare al PET? Vi ostinate a comprare acqua in bottiglie di plastica e a portarle in tavola? GR, studio di progettazione di Barcellona, ha pensato a voi. AquaJar, “un becco” da applicare sulla vostra bottigliaccia in plastica cosi da trasformarla in una gradevole e colorata brocca. Il progetto è del 2009 e si vede: nel senso che a distanza di tre anni, è aumentata (seppur di poco) la consapevolezza rispetto all’acquisto di alimenti e bevande in packaging “insostenibile”, cosi come stanno mutando, conseguentemente, normative e dinamiche di consumo. Pertanto un progetto del genere non potrebbe (e non dovrebbe) essere neanche pensato. L’attuale urgenza, non è aumentare la gradevolezza estetica o le caratteristiche ergonomiche della plastica, quanto trovare una vera alternativa ad essa.

Italia si, Italia no…Italia gnam!!! Se famo du spaghi!

…una pizza in compagnia/ una pizza da solo/un totale di due pizze/ e l’Italia è questa qua/ Italia si/Italia no/ la terra dei cachi…” Ve la ricordate? Cantata da Elio e le storie tese in un Sanremo di qualche anno fa. Perchè la cito? Soprattutto perchè ne condivido il testo. Non passa, infatti, giorno che non vedo/sento/vivo situazioni nelle quali finisco per chiedermi ‘ma dove vivo?’ O meglio per esclamare, ‘ ma che razza di gente gli italiani…‘. Poi la cito perchè parla (anche) di cibo e di come attraverso e con il cibo si esprima egregiamente questo italian style (nelle sue migliori e nelle sue peggiori accezioni). Il cibo italiano, riconosciuto ed apprezzato in tutto il globo cosi come lo è per molti versi l’italian way, il modo italiano, di stare in tavola e banchettare con opulenza chiassosi e pittoreschi. “Se famo du spaghi”, perchè no: tutti seguaci di Epicuro, goderecci e festaioli nel fine e non nel mezzo quindi incapaci di una visione globale. D’insieme. Pressapochisti, approssimativi e appezzottati (per dirla alla napoletana) ci facciamo portabandiera del controsenso e dell’incoerenza.

E’ cosi che succede che si mettono su – in una città come Roma – mercatini biologici, dando spazio a piccoli produttori, filiere corte e tante altre belle cose. Cose che hanno il sapore squisito di conserve artigianali, di bianchissime e freschissime ricottine, di olii superlativi, di puntarelle croccanti. E di plastica. Abbondante plastica dei sacchetti nei quali – tutti, dico tutti, i produttori che espongono – ti consegnano le prelibatezze che hai acquistato. Troppo presi dalle loro colture biologiche o dalla lavorazione artigianale della carne? Immagino di si, visto che – cosi indaffarati – non hanno avuto modo e tempo per tenersi informati e scoprire che, dal 1 gennaio 2011, la distribuzione degli shoppers in materiale plastico non è più legale.

Però, vabbè, alla fine che vuoi che sia: in fondo, ci si sente molto “fighi” ad andare a fare compere, la domenica, nei mercatini. E ancora più fighi a raccontare di averlo fatto. E poi, vabbè, alla fine come sono pignolo. Del resto, la terra dei cachi è la terra dei cachi. (ascoltatela)

Incastri perfetti

Semplicità estrema. L’essenza ricondotta all’assenza. L’assenza di qualsiasi orpello, decorazione o elemento ridondante. Persino il colore: che non è aggiunto e non aggiunge alcuna, inutile, informazione. Nessun rumore di fondo, elemento di disturbo che interferisca nella perfetta relazione a tre: ciotola, piatto e bacchette. Tre elementi differenti (per forma e materiale) che, in un perfetto gioco di incastri, diventano uno, assolvendo, con particolare grazia e misura, alla duplice funzione di conservare e contenere.

Tre elementi ma un solo prodotto. Che non lascia spazio alcuno allo spreco di idee o al tentativo di controllo su di esse. Che non fa della creatività un atto di controllo. Il controllo è rifiuto. La creazione, no. E’ accoglienza.

E’ un progetto di Alexander Hulme.

Funzioneranno?…Certamente, forse…

Avete idea di chi siano queste posate da insalata? Si, che è facile. Il tratto è inconfondibile. Chi non ha amato o quantomeno sbirciato con curiosità le sedie Chair One, prodotte da Magis? Ecco, quelle sedie adottano la stessa soluzione formale (cambia solo il materiale) delle posate Certamente, prodotte da SerafinoZani e disegnate – come le sedie – da Konstantin Grcic, affermato designer teutonico. Nonostante le linee geometriche, dure e spigolose, trovo queste posate molto belle a vedersi. Il filo d’acciaio mi ha sempre affascinato. Adoro disegnare; ed il filo, il contorno è ciò che di fatto, in un disegno, è sufficiente a creare interi mondi e personaggi. Il filo d’acciaio è, quindi, quel contorno, capace di rendere reale – nel caso di un oggetto – una funzione; capace di limitare l’uso della materia solida e donare al vuoto il suo giusto spazio. Spazio inteso come riconoscimento della propria importanza, del proprio ruolo e spazio inteso come ambiente fisico, costituito dall’assenza anzichè dalla presenza.

Stamattina, su Facebook, lo stato di un amico citava una frase di Vasco Rossi (che secondo me, a sua volta, cita Osho): “…Bisogna imparare a stare soli, solo così si può imparare a stare con gli altri. Altrimenti ci stai perché ne hai bisogno….” In questo caso, io direi: “…Bisogna imparare ad apprezzare il vuoto, solo così si può apprezzare l’abbondanza. Altrimenti l’abbondanza, non è ricchezza ma solo paura del vuoto…” Comunque, supercazzola a parte, con un insalata di riso – si, proprio con quella –  ‘ste posate di Grcic, è sicuro che funzioneranno?

Portache?

Si chiamano Ischia, Capri e Elba (che c’entrerà l’Elba, non sarebbe stato più logico chiamarlo Procida?) e sono dei colorati, sinuosi, plastici portauova in resina melamminica. Disegnati da Massimo Morozzi per Marutomi, azienda giapponese che vanta la produzione di oggetti di Ettore Sottsass, Alessandro Mendini e Michele De Lucchi, incarnano alla perfezione i valori stilistici/formali di essenzialità, minimalismo e organicità tipici del design giapponese. Oggetti eleganti nella loro semplicità che affidano al solo colore (in tinte piatte, ma calde) il compito di decorare. Belli.

Peccatto che i tre portauova non sono portauova, ma posaceneri. Non lasciatevi ingannare. La realtà non è sempre quella che qualcuno vi dice essere. O che, peggio, i vostri occhi si ostinano a vedere.

Caffè in tazza o al vetro? In barattolo, grazie

CUPPOW. Cosi si chiama. Si tratta di un tappo che trasforma il classico barattolo per conserve in un mug da viaggio. Ma perchè il barattolo? Joshua Resnikoff e Aaron Panone, ideatori e progettisti di Cuppow, al riguardo dicono: la stabilità del barattolo è ideale per farne una tazza da viaggio; è facile da pulire; è realizzato in vetro resistente al calore; è economico, durevole e se ben sigillato non permette la fuoriuscita alcuna di liquido. Unico neo: il diametro dell’apertura, che rende difficoltosa l’azione del bere, in particolare se si sta sorseggiando un thè o un caffè bollente. I due giovani designers statunitensi hanno quindi pensato di adattare il classico coperchio dei mug mono-uso in carta al barattolo in vetro. Quindi, contenitore riutilizzabile infinite volte con congruo risparmio di risorse che andrebbero smaltite dopo un solo uso. Qui, un bel video che ne descrive l’uso.

L’idea non è male e l’oggetto, tecnicamente,  funziona. E’ sull’uso concreto che se ne può fare, in particolare in movimento, che nutro qualche dubbio. Chi di noi uscirebbe con un barattolo in tasca o nella borsa? Pochi. Troppo pochi per evitare che gli esercizi commerciali smettano di acquistare prodotti monouso e riempirli con caffè, cola e similari per poi distribuirli ai propri clienti. La questione è delicata. Può far molto “trendy” progettare quello che il progettista stesso accetterebbe di usare. La vera sfida, per cambiare le cose e ridurre i danni per l’ambiente, è progettare per chi mai e poi mai sarebbe disposto a rinunciare alle proprie “troppo comode e insostenibili” comodità. Anche perchè, detto francamente: nella fortunata ipotesi che, di colpo tutti, cominciassero a girare con il proprio barattolo in tasca, che i ristoratori si adeguassero alla cosa e smettessero di distribuire bevande se non nel barattolo “privato” del cliente…ecco, poniamo il caso che tu quel giorno esca di casa di corsa per andare a fare delle analisi mediche senza il tuo barattolo. Che fai, il caffè non lo bevi? Non riesco neanche ad immaginare l’espressione della barista se le chiedessi un thè al limone porgendole il contenitore delle urine.