Fabhaus

E’ un pò che non scrivo articoli per il mio blog. Scrivo si, ma per altre realtà, avendo deciso – un pò per “cause di forza maggiore” (vedi disservizio Tiscali) un pò per bisogno di tessere relazioni, condividere e scambiare saperi – di mettere un pò da parte il mio “solitario” esercizio stilistico. Mi sentivo un pò come chi prepara una ricca e succulenta cena che, poi, consumerà in solitudine, senza godere del piacere di condividerla, senza il “valore aggiunto” del convivio: quindi, ho detto basta e ho rivolto la mia attenzione ad altro.

Ciò nonostante la riflessione che mi ha portato a decidere di riscrivere su questo spazio è cosi personale, soggettiva, discutibile, che non potrei demandare ad altri il compito di veicolarla e renderla pubblica. E vengo al punto. Sto leggendo molto su “innovazione sociale”, “fablabs”, “makers” e piu’ in generale sul fermento tecnologico e produttivo che sembra voglia dare uno scossone alle logiche economiche e produttive alle quali siamo assoggettati.

Sei dotato di ingegno, creatività, hai buone capacità di interagire con le tecnologie digitali, ti doti di una stampante 3D e cominci a “creare” cose. Ma da solo non vai lontano, quindi, ti vengono incontro i Fablabs, delle officine, laboratori “geek-oriented” all’interno dei quali hai l’opportunità di “fare” cose insieme agli altri. Il fermento e l’entusiasmo da “officina” dove costruisci, ma soprattutto impari, mi fa pensare a quell’eccezionale scuola di arti applicate che fu la Bauhaus di Weimar. E il parallello mi porta subito a riflettere sul fatto che – per quanto l’esperienza tedesca sia stata fondamentale nel dare un metodo, un significato, oltre che disegnare archetipi formali e definirne i processi progettuali, a quella disciplina che abbiamo, poi, definito “design” – la stessa esperienza si sia esaurita non solo per le pressioni politiche del tempo quanto per l’incapacità di avviare un dialogo con la nascente industria e generare con essa quello che oggi chiamiamo “valore condiviso”.

Fatta questa considerazione, mi chiedo quanto chi, in questo momento storico, sia preso a “fare cose” si stia preoccupando anche di mettere in campo azioni concrete di confronto con l’industria, nel tentativo di generare un cambiamento diffuso e democratico – che risponda ai bisogni reali delle masse e che non si riduca a soddisfare il bisogno di pochi.

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