Geometrie di pasta

Vi sembra normale che un testo del genere lo abbiano scritto due inglesi? Sarebbe come dire che uno scandinavo scriva “I mille e più modi di condire il cous-cous“.

La pasta è un alimento semplice, ma abbinare la giusta tipologia/forma all’appropriato condimento fa la differenza. Per un italiano tale scelta è considerata una abilità innata, per tutti gli altri una conoscenza da acquisire. Ed il nostro libro, ‘La geometria della pasta’ nasce proprio per aiutare a sviluppare le capacità necessarie per abbinare correttamente la pasta al sugo.

Questo in sintesi quello che i due autori, lei, Caz Hildebrand e lui, Jacob Kenedy, scrivono, nella home-page del sito, relativamente al loro bel progetto. Eccezionalmente pulito e leggero da un punto di vista “grafico”, il libro (stesse considerazioni estetiche per il sito) esplora le tipologie di pasta, fornendo informazioni, storiche, curiosità oltre che disegni tecnici quotati di un centinaio di prodotti. Non solo. Per ogni “tipo”, fornisce le ricette più appropriate, oltre ad una serie di possibili “varianti d’uso”. Tassonomico, possiamo considerare questo testo come una valida raccolta di quello che è uno dei primi casi, seppur inconsapevole, di food-design: la pasta. Creatività ed industria che si incontrano dando vita a centinaia di forme e qualità diverse, ognuna con specifiche e distinte caratteristiche; disegno, consistenza, texture, porosità, elementi tutti che contribuiscono a definire quell'”usability“, attributo per il quale quel particolare tipo di pasta diventa eccezionalmente “performante” se abbinato a specifici condimenti.

Spero di poterlo trovare qui in Italia (in alternativa lo comprerò su amazon), e torno a chiedermi/vi: perchè ci facciamo sempre fregare sul tempo? Non metto in dubbio che questo libro nasca per rispondere alle esigenze di un mercato estero (ed il tema trattato, come sottolineato dagli stessi autori, non rappresenta affatto per noi italiani un’esigenza) e che quindi il suo concepimento – per mano di stranieri in terra straniera – sia stato fortemente sentito e voluto, necessario quasi. Nonostante ciò, come possiamo in Italia, ricchi di un patrimonio ed una cultura eno-gastronomica eccezionale, non essere capaci, partendo da ciò, di generarne ricchezza, culturale ed economica, innovazione e di “rivenderci” questo stesso patrimonio, esportarlo ed evitare che qualcun’altro se ne appropri, magari mortificandolo, banalizzandolo o stravolgendolo?

Non è certamente il caso di questo testo, che mi sembra assai ben fatto, però sono certo avremmo potuto fare molto meglio noi. Senza alcun dubbio.

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