Packaging di gran classe?

Primvs è un nuovo brand internazionale che fa dell’offerta di prodotti alimentari di qualità il suo core-business. Sono, infatti, tutti prodotti a marchio IGP / DOP / BIO. Quindi, grande attenzione alla provenienza delle materie prime oltre che allo stile e alla qualità del packaging. Quest’ultima, forse, fuori luogo. Sicuramente la linea Primvs è pensata e prodotta non per il mercato italiano e punta, contestualmente, ai consumatori di fascia alta. Ciò nonostante appare troppo “fredda” la soluzione estetica definita, adatta a prodotti di profumeria, cosmesi o cura del corpo, ma per niente idonea a generi alimentari. Italiani. Gli stessi produttori di Primvs, asiatici, fanno leva proprio sul concetto di italianità, quindi origine certificata, genuinità garantita, territorio, tradizione e vecchi valori.

Nel precedente post, avevo considerato quanto nel mondo del vino, qui in Italia, si fatichi a svecchiare le etichette, sempre troppo legate ad una immagine grafica  “tradizionalmente antica” quindi scollata rispetto all’attuale “evoluta” industria enologica. Potrebbe apparire, quindi, un controsenso la mia lamentela per un simile restyling di un bene alimentare. Ma non lo è, perchè la questione è di forma. Proprio cosi; un conto è chiedere nuove soluzioni visual limitatamente all’etichetta, ben diverso sarebbe ritrovarsi con un nuovo concept formale della bottiglia. Non c’è dubbio, che la “pelle, il tessuto, la texture (sia esso un’etichetta, una grafica stampata, uno specifico materiale) che riveste un contenitore per alimenti può e deve avere enorme potere persuasivo sul consumatore – arrivando a distinguere il bene stesso rispetto alla concorrenza – ma ciò che (parlando di archetipi alimentari quali pomodoro in barattolo, pasta, olio d’oliva) favorisce l’attivazione di un processo d’identificazione del consumatore e quindi di attrazione verso il prodotto sono le caratteristiche morfologiche del contenitore stesso. La forma. E le forme di Primvs non rimandano certamente a qualcosa di noto. Tradizionale e genuino. Sicuramente di lussuoso, prezioso magari anche sostenibile visto che il packaging è pensato e realizzato per ridurre al massimo qualsiasi impatto sull’ambiente. Vero, però, che, anche sforzandomi, proprio non riesco ad immaginare che dentro quei “vuoti” ci possa essere pomodoro San marzano DOP, olio di oliva toscano IGP o pesto genovese con basilico DOP. All’estero potrebbero non avere la nostra “memoria formale alimentare” che, quindi, a maggior ragione andrebbe preservata. Anch’essa protetta. Il contenuto come il contenitore. Essendo proprio quel contenitore valore aggiunto, significante storico che lega indissolubilmente quel cibo a quel territorio. Viva lo scambio e la condivisione, certo. Non la confusione, nella quale sperimentazionecultura ed innovazione possono solo affogare.

Come chi affoga con superficialità, in un bicchiere di vino sudafricano, mentre addenta una pizza margherita in un ristorante cinese.

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