Cibo: forma o funzione?

Oggi il cibo non è più semplice nutrimento, ma assume una funzione complessa che invade i cinque sensi, primo fra tutti la vista. Ci sarebbe da chiedersi quanto la percezione del sapore di un cibo sia influenzata dalla sua composizione. Ma allora il cibo è più una questione di gusto o di forma?

Le provocazioni di alcuni designer da un lato, l’incursione di alcuni grandi chef nelle categorie del progetto dall’altro, sono stati elementi determinanti nel suscitare il grande interesse attuale per il food-design, divenuto ormai materia di seminari, corsi universitari, iniziative culturali e pubblicazioni, probabili premesse a una futura frequente collaborazione tra designer, grandi chef e industria.

Il cibo, artisticamente, artigianalmente creato e cucinato e il design, come operazione di disegno e progettazione creativa, si uniscono facendo diventare la materia alimentare oggetto d’uso funzionale, utilizzabile e appetibile. Non è solo più una questione di gusto. Oggi i cibi devono anche essere esteticamente appetibili, evocativi, piacevoli da maneggiare e altamente caratterizzanti, come fossero preziosi “pezzi unici”.

Progettare un cibo non significa solo farlo buono e sano, ma anche farlo apparire buono e sano e, in quanto tale, desiderabile. Se diamo al design il suo significato più classico, quello di disegno industriale, appare, ad oggi,  evidente la connessione fra il cibo e il design in quanto il cibo è divenuto un prodotto industriale per il consumo di massa, un prodotto che necessita di una approfondita progettazione di tutto il ciclo di vita, attraverso fasi di ricerca e sviluppo, ingegnerizzazione, marketing ecc. Sembra evidente che, più avanzano le tecnologie legate alla produzione alimentare, più spazio si apre per la progettazione in questo settore. Il cibo industriale si trova a dover competere con l’immaginario emotivo e funzionale dei beni e servizi industriali di largo consumo che alimentari non sono. Ossia con i piccoli e grandi elettrodomestici, le suppellettili, gli utensili, le esperienze e quant’altro affolla quotidianamente la nostra vita, creando un’ossessionante condizione di iperscelta. Il cibo industriale infatti è, per grossa parte e a tutti gli effetti, un bene industriale di largo consumo: tuttavia è un bene assolutamente speciale, dotato di un’importanza e di una valenza sensoriale del tutto straordinarie ed uniche.

Se, per ricorrere a categorie note, parliamo di “valore aggiunto”, che riguardo al cibo è il derivante dallo scarto fra il potere nutritivo e la sua funzione non alimentare (le sue componenti di sogno, di simbolo, ma anche di vantaggio e quant’altro), non è difficile capire come in realtà questa parte di valore sia anche superiore a quella nutritiva, tanto in termini di percezione (e quindi preferenza) del consumatore, che di costi che alla fine compongono il prezzo del bene.

Oggi, inoltre, è in corso una trasformazione delle tecnologie di preparazione, conservazione e distribuzione del cibo così sostanziale, da rendere sovente necessaria la progettazione di identità alimentari radicalmente nuove, che materializzino valori nuovi e diversi da quelli sui quali è fondato il linguaggio tradizionale.

Mi chiedo quindi: in tempi di “realtà aumentata”, cosa è che davvero ci appaga e ci sazia? Il cibo o l’immagine di se e l‘immaginario che quel cibo stesso evoca?

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