Stoviglie “usa e getta”: diamoci un taglio

Citando Renato de Fusco e la sua “Storia del Design” possiamo considerare “l’usa e getta” come un fenomeno di iperspecializzazione o iperfinalizzazione: “l’idea moderna per la quale ogni oggetto fosse riducibile ad un apparato funzionale, una protesi la cui qualità stava nello svolgere una determinata funzione nel modo più efficace e più rapido. L’oggetto non è più percepito come un oggetto in senso proprio, ma come una sorta di momentanea materializzazione della funzione che svolge (un sacchetto o una bottiglia in plastica esistono solo nel momento in cui svolgono la loro funzione. Al di là di questa sono rifiuti)”. L’esplosione della tecnologia digitale è essa stessa espressione dell’usa e getta. Gli oggetti digitali della società dell’informazione, le informazioni, prive di materialità e la loro esistenza è limitata al tempo strettamente necessario alla loro fruizione.

Tornando al concetto di iperfinalizzazione, potremmo, addirittura, affermare che gli oggetti usa e getta perdono la propria identità di forme per conservare soltanto un’ identità associata al valore, ossia la qualità espressa in relazione alla funzione per la quale esistono. Il “che cosa è” scompare di fronte all’evidenza del “che cosa fa” (purtroppo anche l’umanità tende verso questa relazione con il disastroso risultato di generare rapporti ed interazioni tra gli uomini, basate più sul riconoscimento e l’accettazione di un ruolo, il cosa fa, piuttosto che di una identità, il cosa è).

Purtroppo se da un lato l’usa e getta ha risposto alle mutate esigenze domestiche (la drastica riduzione del tempo a disposizione per le attività in cucina), dall’altro è divenuto l’espressione massima del consumismo e causa del prelievo continuo di risorse naturali – fondamentali alla continua produzione – con il conseguente accumulo illimitato di rifiuti.

Ma come ben sappiamo le risorse naturali non sono illimitate e le conseguenze degli eccessi degli ultimi anni hanno già prodotto danni ecologici irreparabili oltre ad una mostruosa sperequazione tra paesi industrializzati e paesi del Terzo Mondo. Nonostante, comunque, le inevitabili ricadute sull’ambiente l’usa e getta continua a riscuotere notevole successo e le ragioni sono molteplici: gli articoli usa e getta costano, relativamente, poco ma soprattutto escludono costi aggiunti di manutenzione e conservazione; occupano poco spazio, e solo fino a che – una volta espletata la propria funzione –  non vengono gettati, quindi ben si adattano alle sempre più ridotte dimensioni dei nostri alloggi. Sono, inoltre, facilmente riconoscibili – dotati di un’elevata affordance – quasi a far propria quella caratteristica fondamentale del Design classico fondata sul predominio della funzione sulla forma. Dal punto di vista progettuale con l’usa e getta ciò che in sostanza è mutato è solo il materiale – carta e/o plastica al posto di ceramica, acciao, legno… – non tanto la forma degli oggetti; tant’è che molti artefatti usa e getta non sono neanche progettati da designers ma ricalcano linee anonime oramai standardizzate. Quel che invece è oggetto di continuo studio sono proprio i materiali che non vengono trasformati, plasmati per dar vita ad un artefatto ma creati appositamente per il manufatto stesso e sulla base delle prestazioni che da esso si attendono. Ecco quindi la crescente attenzione dei designers verso combinazioni sostenibili, progetti che tengono conto dei nuovi modi di consumare il cibo senza, però, tralasciare i fondamentali aspetti legati alle possibili ricadute ambientali.

Tra i diversi prodotti disponibili sul mercato, oltre allo storico Moscardino (foto in alto), antesignano del nuovo “virtuoso” modo di concepire il mono-uso, segnalo CLOE, la linea di stoviglie biodegradabili e compostabili, progettata da EcoInn e Novamont.

Le stoviglie, realizzate in Mater-Bila bioplastica sviluppata da Novamont contenente risorse rinnovabili di origine agricola – rappresentano un passo importante verso un uso più consapevole delle risorse ed una maggiore attenzione del ciclo di vita dei prodotti della ristorazione.

I piatti e contenitori della collezione Cloe sono caratterizzati da:

– ridotto peso: 100 piatti tradizionali in ceramica pesano 40Kg, 100 piatti Cloe pesano 5 Kg. Questo consente una riduzione dei costi di movimentazione e una facilità di trasporto e stoccaggio anche a fine servizio;

– resistenza agli urti, facilitando notevolmente le operazioni di riordino e di cambio delle portate durante il servizio;

– riutilizzo dopo il lavaggio in lavastoviglie (fino a 3 volte se si utilizza una lavastoviglie industriale a temperature inferiori a 60°);

– smaltimento come il rifiuto organico, con un notevole risparmio rispetto alle stoviglie tradizionali in materiale plastico.

Cloe, come tanti prodotti simili, non è ancora distribuita nelle grandi catene. In attesa che le cose cambino, ce la fate a dare un taglio alle plastiche? Pensate a quanto bene, con questo piccolo gesto, potreste fare al nostro mondo.

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