Mare nostrum

Seppur trascorsi molti anni ricordo ancora bene, quando, bambino, passavo nella pescheria di mio nonno e oltre che dall’indimenticabile, forte ed umido, odore, rimanevo colpito dalla varietà, dai colori delle decine e decine di specie di pesci, molluschi, crostacei che giacevano, molti dei quali ancora saltellanti, in bella mostra sui banchi. Era un vero spettacolo. Armonicamente eterogeneo. Uno spettacolo oggi raro: le cassette di polistirolo sono, infatti, quasi tutte piene di spigole, orate della Grecia di dimensioni standard, filetti di pangasio del sud-est asiatico e gamberi che arrivano addirittura dal Messico. Nonostante il mare nostrum possa vantare la presenza di almeno 500 specie di pesci commestibili, sulle nostre tavole ne arrivano pochissimi, mentre la gran parte arriva da altri paesi, addirittura da altri mari. Questo perchè le nostre risorse sono oramai al limite, sfruttate oltre modo e spesso fuori da ogni logica di sostenibilità; si pensi alla continua ed indiscriminata cattura di pesci che impedisce agli stessi di riprodursi e di ripopolare le acque. Certo, perchè, piuttosto che avvalersi della ricchezza di cui il Mediterraneo dispone, gli italiani preferiscono mettere in tavola sempre le stesse specie; quelle in pericolo. Come il tonno rosso (a rischio, inoltre, per la forte contaminazione da mercurio e diossina) o il pesce spada. Per altro, pesci di grandi dimensioni e con un ciclo vitale piu’ lungo, caratteristiche tali da favorire l’accumulo nelle loro carni di maggiori quantitativi di agenti inquinanti. Contrariamente, di gran lunga piu’ sani risultano essere i pesci di taglia media o piccola.

Vogliamo, poi, parlare delle “condizioni di salute” dello stesso mare? Solo due dati: ospita il 30% del traffico globale di petroliere e da recenti analisi è stata rilevata, al suo interno, una quantità di catrame pelagico pari a 38 milligrammi per metro cubo (la quantità più alta del mondo).

Forse per questa ragione che poi, spaventato dall’inquinamento e pentito per aver dato una mano al processo di estinzione, l’italiano ricorre all'”allevato“, senza sapere di “fare e farsi” altrettanto male. Spigole, orate, trote salmonate, cozze e vongole, questi i prodotti di allevamento ai primi posti tra i consumi, prodotti nutriti con farine ottenute dalla lavorazione di pesci selvatici (oltre che da scarti industriali delle lavorazioni ittiche, poveri di proteine e ricchi di grassi)pescati per diventare cibo di altri pesci (da 20 kg di pescato si ottengono 1kg di farine) – ed imbottiti di antibiotici al fine di prevenire infezioni nelle vasche di allevamento.

Sarà forse il caso di tornare a consumare e a commercializzare il piu’ economico e sostenibile pesce del nostro mare? Un consiglio: scaricate e leggete questa guida realizzata da SlowFood.

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