-spr+eco

In un precedente articolo accennavo a quanto cibo si acquista e si dimentica nei frigoriferi fino a scadere ed inevitabilmente finire intonso nella pattumiera. Immaginate ora, in che misura lo stesso fenomeno riguarda le grandi distribuzioni con tutta la merce invenduta. Si stima che solo in Italia bruciamo ogni giorno 1.590.142 pasti completi, quanto basterebbe a sfamare per un giorno intero 636.660 persone. Annualmente la perdita ammonta a circa 20 milioni di tonnellate di cibo. Uno spreco assurdo e viene da chiedersi, innanzitutto, se effettivamente sia tutto cibo da buttare. Una prima soddisfacente risposta può essere ricercata nell’etichetta che – apposta sul prodotto – indica, appunto la data di scadenza rifacendosi ad un regolamento europeo al quale poi si sono aggiunte alcune norme nostrane. Iniziamo col dire che esistono due tipi di etichette: una prima “Da consumarsi entro”, tassativa – destinata ai prodotti rapidamente deperibili come latte fresco, carne, uova e pesce che non possono essere venduti – e in teoria consumati – oltre il giorno stabilito; la seconda “Da consumarsi preferibilmente entro” che sta ad indicare il termine minimo di conservazione oltre il quale l’articolo inizia a perdere le sue caratteristiche organolettiche. Senza essere per questo essere per forza dannoso per la salute.  In una società che si regge sul consumismo e su processi produttivi e distributivi che vanno avanti senza sosta, viene da chiedersi se la stessa apposizione delle etichette non serva a favorire il maggior consumo di beni per generare guadagni a scapito degli sprechi. E a ben guardare gli sprechi non sono solo alimentari (lo stracchino buttato via) ma riguardano anche i consumi energetici ed il relativo impatto sull’ambiente che tutta la “macchina” di raccolta, smaltimento impiega; annualmente, ad esempio, si muovono verso gli impianti di smaltimento – o, peggio ancora, verso le discariche – 16.283 tir stracarichi di yogurt, verdura, fette biscottate, bistecche e formaggi.

Quindi cosa succede al cibo scaduto ? Chi ha la responsabilità di riciclarlo o smaltirlo? La legge non lascia dubbi: “Il produttore del rifiuto è responsabile della sua destinazione finale” . E quanto costa? Non poco: le aziende specializzate nel trattamento del cibo scaduto offrono servizi di ritiro con onorari che vanno dai 6 agli 80 centesimi al chilo a seconda del prodotto. Ridurre al minimo lo spreco, sembrerebbe essere quindi un risparmio per i produttori stessi, che spesso incentivano nei punti vendita l’acquisto di prodotti di imminente scadenza, offrendoli a prezzi vantaggiosi con sconti che vanno dal 30 al 50%.

Altro modo di contenere gli sprechi prevede l’intervento di società organizzate per raccogliere gli alimenti che si avvicinano alla “morte organolettica” per riutilizzarli a fini benefici. Da una parte il risparmio del produttore dall’altra il guadagno dei meno fortunati e dell’ambiente. Tra queste, a Milano, Siticibo, società attiva dal 2003 con la finalità di recuperare il cibo invenduto da mense aziendali, ospedali, refettori scolastici, hotel, etc. e donarlo ai numerosi enti caritativi che si occupano di offrire pasti ai poveri o a Bologna, Last Minute Market, altra risposta alla riconvertibilità della eccedenza alimentare. Last Minute Market permette il recupero dei prodotti alimentari invenduti, ancora idonei per l’alimentazione e si articola su un principio elementare: raccolta, distribuzione e consumo avviene tutto nel raggio di pochi chilometri, senza costi di conservazione, trasporto e conseguente inquinamento.

La percentuale di alimenti quasi scaduti recuperati in tavola è però ancora ridottissima. Cosa succede a quelli ormai irrecuperabili? Possono essere in qualche modo riciclati?Alcuni, come pane e verdura, opportunatamente liberati dagli imballaggi, dovrebbero finire negli impianti di compostaggio o di biogas. Nella peggiore delle ipotesi finiscono in discarica. Più complesso l’iter per le carni. Non dovrebbero finire in discarica  ma trattati con procedure ben stabilite. Una parte destinata all’industria per l’alimentazione degli animali, il resto degradato a “sottoprodotto di origine animale” separandone il grasso in impianti di colatura e bollitura, per arrivare addirittura all’industria chimica che li utilizza nella produzione di detersivi, saponi o addirittura medicinali.

Non sempre questa catena del riciclo funziona e frequenti sono i casi di esercenti che cambiano le etichette per allungare la vita dei loro prodotti o si scoprono magazzini clandestini dove si provvede a dare nuova vita a cibi non piu’ commestibili. In linea di massima né l’industria alimentare né le catene di vendita al dettaglio favoriscono fenomeni illegali di questo tipo. La casistica dei reati scoperti nei frequenti controlli del NucleoAntiSofisticazione dell’Arma è chiara: è tra i piccoli dettaglianti e i supermercati di dimensioni minori che si riscontrano il maggior numero di sofisticazioni in quanto, gli stessi, faticando nel farsi carico dei costi di smaltimento, finiscono per forzare artificialmente la data di scadenza impressa sull’etichetta.

Trasformare l’ avanzo in risorsa e lo spreco in sviluppo sostenibile, si può. E si deve.

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3 Comments

  1. La catena del riciclo si inceppa più frequentemente di quanto funziona. Eppure basterebbe una migliore organizzazione interna di tutta la filiera e gli scarti sarebbero minimi se non nulli. Io, nel mio piccolo, l’ho risolta gestendo i punti di rivendita del mio prodotto in maniera oculatissima: poco prodotto esposto, magazzino quasi nullo e quindi prodotto super fresco. Sprechi poco e dai un surplus al consumatore finale. Ma non tutti possono farlo…pensiamo ai grandi elefanti che DEVONO produrre volumi e volumi di merce…

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