Una storia buona?

Sweet Dreams, di Kirsten Lepore, animatrice statunitense. Molto bello. Indubbiamente. Una grande maestria nell’uso della tecnica slowmotion (chissà quanta fatica!!!) ed una storia semplice, buona. Come una favola per bambini. E proprio da bambini spesso si gioca con il cibo, facendo animaletti con la mollica del pane o immaginando paesaggi con montagne di lenticchie, nuvole di purea di patate e alberi di broccoli. A me, però, quando lo facevo mi rimproveravano. Perchè mi perdevo nel gioco e non mangiavo ma, soprattutto – sono sicuro –  perchè dimostravo poco rispetto ed attenzione per un bene prezioso, il cibo, che avevo la fortuna di avere nel piatto ogni giorno. I miei genitori, e ancora di piu’ i miei nonni, mi raccontavano spesso della loro infanzia – vissuta in periodi di guerra – e della fame con la quale di frequente si trovavano a  fare i conti. I generi alimentari scarseggiavano, e non solo durante i conflitti; il pesce fiuto (zuppa di pesce, ma senza pesce), pane e cipolla o nei casi peggiori solo pane rappresentavano le uniche cose disponibili in tavola. Ecco perchè poi io, fortunato, non potevo mettermi a giocare con bocconcini di sogliola fresca, pezzetti di tenerissima carne di vitello o dolcissimi biscotti al burro.

Dai ricordi di bambino sono passati piu’ di trent’anni oramai: la scelta di cibo oltre che l’opportunità di averne sempre sono aumentate a dismisura. I frigoriferi chiedono un pò di sollievo per quanto carichi e indaffarati a conservare prodotti in eccesso che, spesso e volentieri, vengono dimenticati fino a scadere e poi finire nella pattumiera. O magari sul banco di lavoro di un’animatrice (spero, appunto, che Kirsten abbia utilizzato prodotti scaduti!) E’ vero che il cibo porta con se significati e valori che vanno al di la dell’ essere solo carburante per il nostro corpo, elemento indispensabile alla nostra stessa sopravvivenza, ed è comprensibile che si cerchino continuamente – sia in campo gastronomico ma anche socio-culturale e artistico – modalità e forme nuove di interazione con lo stesso, sperimentando nuove strade per la sua rappresentazione e fruizione. L’importante, a mio avviso, è non dimenticare mai che chi crea, sperimenta, gioca o inventa con il cibo deve, di certo, considerarsi “fortunato”.

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